La mia NY Marathon 2014

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Colleziono CD musicali, modellini di veicoli commerciali pubblicitari, foto davanti ai negozi di Hugo Boss, e maratone di New York. Forse dovrei farmi vedere da qualcuno bravo.

Sulla mia dipendenza da Maratona di NY, sono sostanzialmente rassegnato. Ho provato più volte a resistere alla tentazione e ce l’avevo anche fatta, nel 2012: 2 ore a fissare il bottone “enter” per poi rinunciare, non senza lancinanti ripensamenti. E’ andata come è andata (gara annullata per il devastante ciclone che colpì New York pochi giorni prima, ndr). Da allora mi sono autoconvinto che esista una sorta di ineluttabile destino: io, ogni anno, devo essere lì.

Perché soffrirei troppo nell’assistere alla partenza davanti alla TV. Il colpo di cannone in dolby surround mi ucciderebbe, ne sono certo.

Con 4 maratone concluse, a New York sono poco più che un debuttante,… C’è il famoso Linus, con più di 10, credo. C’è chi ne ha fatte anche di più. Un’italiano, Mario Bollini, ne ha fatte 25 di fila ed è stato premiato con una targa dall’organizzazione. Collezionista seriale, irraggiungibile. Anche se – confesso – mi sa che potrei batterlo…

Ma cos’avrà mai New York di così speciale, rispetto alle altre maratone? Molti me lo chiedono. Semplice, quasi banale. Uno scenario unico, un parterre di oltre 50mila partenti, una macchina organizzativa perfetta e soprattutto un pubblico inimitabile: oltre un milione di ultras scalmanati.

Ma riconosco soprattutto una qualità, unica secondo me: quella di regalare ogni anno un’esperienza diversa. Non si può negare che ogni maratona, sia a modo suo, un’esperienza diversa. Un km non è mai uguale all’altro. E volendo si potrebbe “scomporre” ogni gara in frazioni sempre più brevi, sino al singolo passo. Ma sarebbe un esercizio lezioso e poco interessante.
A New York invece ogni volta è diverso. Cambia praticamente tutto, come in una serie TV in cui non sono i protagonisti a cambiare, ma il copione. Ce n’è per mille puntate diverse.

Della gara di quest’anno si sa già parecchio. Tutto forse. A volte mi stupisco nello scoprire che anche chi non c’era sa che faceva un gran freddo, che c’è stato il record di iscritti, il milionesimo finisher, un nuovo sponsor e un nuovo sindaco, e la solita doppietta del Kenia nella classifica maschile e femminile.

Ma la storia personale, come si diceva, te la porti dentro e per quanto si cerchi di essere abili nel fare una sintesi asciutta di quelle 3, 4 ore di gara, con le sue facce, luoghi e suoni, è pressochè impossibile riuscire a ricostruire un resoconto accurato e definitivo.

E’ una storia, come dicevo. E come in ogni storytelling che si rispetti, non è importante il racconto in sé, ma cosa vuoi fare passare a chi ti ascolta o legge. Un po’ come nelle favole, se ci pensate…

Io quest’anno mi sono portato a casa un bell’insegnamento. Che a correre sereni, “godendosela”, è tutta un’altra cosa.
Mi son sempre domandato cosa diavolo intendesse dire chi affermava, a 36 denti, “quest’anno ho deciso di godermela”. Tra me e me, ho sempre pensato, “ma fammi il piacere, adesso magari mi vuoi far credere che sei così zen che te la godi pure in coda in tangenziale. Ma dai…”

E invece, povero me, ero io che non capivo.

Complice un allenamento poco costante, nonostante un programma accuratissimo studiato apposta per me dall’amico Paolo Barbera, mi son presentato al via senza grandi ambizioni. (ebbene sì, anche quest’anno ero consapevole di non poter vincere).
Per essere assolutamente sicuro di non rischiare di infrangere il mio personal best, ho pensato bene di condurre una vita sregolata nei giorni precedenti, tra hamburger e birre medie, nomadismo compulsivo e “to do list” da turista giapponese.
E, per non farci mancare nulla, pure una dose quotidiana di lavoro, visto e considerato che quest’anno almostthere per la prima volta ha portato a New York un gruppo di 25 persone che andava accuratamente accudito…

Diciamo, per farla breve, che questo può ritenersi a tutti gli effetti il decalogo delle “cose da non fare” prima di una maratona…
Anche se francamente penso che non abbia alcun senso andare a correre una maratona fino a New York, per vivere barricati in albergo, con l’obiettivo di infrangere un miserabile personal best. Sono altre le gare destinate a questo eclatante obiettivo. Ma non perché New York sia una gara impegnativa (lo è, ma non è questo il punto). Semmai perché è un sacrilegio, rinunciare a “tutto il resto” che può dare. Questo è lo spirito di una sport holiday di almostthere…

Con questi presupposti, mi presento al via bello tranquillo. Con il solito doveroso rispetto per la distanza regina, e conscio che con una tattica “di conserva” si possa sperare – tutt’alpiù – di non arrivare sui gomiti.
Parto così. E mi si apre un mondo…

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Corro, sciolto anche se infreddolito. Ma è nulla a confronto di certe gite scialpinistiche in Engadina. Penso tra me e me che l’eroismo professato e ostentato di certi “runner a qualsiasi costo” fa davvero sorridere, se non ridere. Tolgo via via un indumento, ma mi lego in vita una favolosa felpa Decathlon (6,99 euro) che scopro essere dotata di un accorgimento a dir poco geniale: una fettuccia elastica che permette di arrotolarla accuratamente. Un capo “mai-più-senza” che suggerisco a tutti. Penso mi possa tornare utile sul terribile ponte del Queensboro, dove troverò l’ostacolo da sempre riconosciuto come il più ostico della maratona di NY.

Sento il cicalino di ogni km completato, nella lunga avenue di Brooklyn. Controllo giusto il passo, per evitare di andare fuori giri. Beep dopo beep, a un certo punto decido di controllare il chilometraggio percorso: siamo a 18 km, e non me ne sono accorto. Sono confuso e felice.

Faccio cose che pensavo impossibili. Mi guardo intorno, sorrido, regalo i soliti “high five”. Qualche bambino lo “liscia”, lasciandomi quasi una leggera sensazione di imbarazzo. Forse esagero. Ma va bene così. Anzi benissimo.

Lascio Brooklyn e le rockband secondo me migliori, per entrare nel Queens. Pubblico addosso, tre, quattro forse cinque file di pubblico assiepato e pulsante. I km tra il 18 e il 21 sono forse i più “caldi”.

Siamo alla mezza. “giro” come previsto, senza infamia e senza lode, ma perfettamente “dentro” a quello che sto facendo. “Essere dentro”, se preferite “essere consapevoli”, è qualcosa di molto diverso da essere concentrati e focalizzati, cosa che quasi sempre ti impedisce di accorgerti di cosa ti circondi. E’ una cosa infinitamente più appagante. E’ la mia prima volta. Continuo a essere confuso e felice.

Eccoci al “mostro”, il famigerato Queensboro Bridge, di cui prima si diceva. Ti conosco, vecchio mio, e non mi freghi più. Io rallento, di almeno 30 secondi al km. Me ne frego di cosa facciano gli altri. Alla fine, tanto, c’è una discesa talmente ripida che se vuoi recuperi tutto, e magari metti in tasca anche qualcosa in più. Li riprendo tutti, quelli che mi hanno passato. Mi son giocato il classico jolly chiamato “esperienza”.

Ed eccoci a Manhattan. Stiamo per entrare nella 1st avenue. Si entra “allo stadio”. Il pubblico ti accoglie con un boato che senti salire, nel silenzio “assordante” della fine del Queensboro. Non si può descrivere. A chi mi chiede – e sono tanti – perché New York?, perché pagare 400 euro un pettorale? rispondo sempre: “fatti la chicane che porta alla 1st avenue, e poi ne riparliamo”. See ya!

Corro tranquillo, senza fatica, sono sempre più “dentro” alla gara. Il sole quasi scalda. Mi è rimasto in testa il famoso berrettino Dunkin Donuts, fucsia e arancione che regalano alla partenza. Gettarlo via mi spiace. Addocchio una bimba piccina, tra il pubblico. Penso che con il suo cappottino rosa il berettino starebbe benissimo. Mi avvicino la indico coll’indice e glielo lancio. Il suo sguardo esterrefatto è scolpito nella mia memoria. Faccio del mio meglio per convincermi che siano occhi i suoi di infinita riconoscenza e ammirazione. Non provate a togliermi questa illusione….

Il resto è, come già so, un misto di fatica, gioia e impazienza di arrivare alla quinta, e a Central Park. Un inizio di crampo, che non saprei francamente come gestire: non li ho mai avuti in gara. Rallento, accelero, mi fermo anche per 10 secondi di stretching. Mi riprometto di non far diventare questa defaillance l’alibi per un paio di minuti di “sconto” sul risultato finale. Il risultato finale quello sarà e quello rimarrà.

E il risultato finale è praticamente lo stesso, identico salvo qualche spicciolo, a quello dell’anno scorso. Quando ero più allenato, più determinato, più concentrato.

Ecco. Di questa storiella, mi piacerebbe rimanesse questo: correre a “cuor leggero” è davvero bello.

Con buona pace di mia moglie, che me lo dice – e lo fa – da molti anni. Anche a New York.

2 thoughts on “La mia NY Marathon 2014

  1. grande Ippolito…….invidia infinita per la tua vacanza a new york…come sai già non sono propriamente un fondista…..più animale da battaglia…ehehehehhe
    bella la storia della bambina…. non ti toglierò il sogno….rivissuto il mio viaggio a new york dello scorso anno nelle parole che hai scritto…..NYC che figata…. me ne porto impresso sulla pelle anche il ricordo…tornerò…magari a provare la maratona… (ma sono molto scettico…eheheh)

  2. bello, emozionante e, giuro, da pelle d’oca il passaggio del “berretto” alla bimba …. prima o poi riuscirò anch’io a provare certe emozioni e a correre con questo spirito! Grande Ippo

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